I limiti dello spin
Che al concerto del Primo maggio (già questo un esotismo tutto italiano) un cantante in via di bollitura possa dire che Matteo Renzi è il “boy scout di Licio Gelli”, è banalmente scontato. Che la Cgil di Susanna Camusso e una fetta della sinistra approfittino della giornata per manifestare compatte contro il leader del Pd e capo del governo e le sue annunciate riforme, è altrettanto scontato. Si battono contro un simbolo, contro parole d’ordine ritenute ostili più che contro atti di governo effettuali. Ma tant’è, sono i riflessi pavloviani della sinistra sindacale e radicale. Quel che non torna, a fronte di questo Primo maggio “caldo” manco fossimo ancora ai tempi di Berlusconi, è però un travisamento della realtà.
5 AGO 20

Che al concerto del Primo maggio (già questo un esotismo tutto italiano) un cantante in via di bollitura possa dire che Matteo Renzi è il “boy scout di Licio Gelli”, è banalmente scontato. Che la Cgil di Susanna Camusso e una fetta della sinistra approfittino della giornata per manifestare compatte contro il leader del Pd e capo del governo e le sue annunciate riforme, è altrettanto scontato. Si battono contro un simbolo, contro parole d’ordine ritenute ostili più che contro atti di governo effettuali. Ma tant’è, sono i riflessi pavloviani della sinistra sindacale e radicale. Quel che non torna, a fronte di questo Primo maggio “caldo” manco fossimo ancora ai tempi di Berlusconi, è però un travisamento della realtà. Con tutta la buona volontà di chi pure vede in Renzi e nella sua scommessa di rivoltare come un calzino l’Italia una buona occasione, bisogna essere obnubilati come dei Piero Pelù per non accorgersi che il “piano” di Matteo Renzi stenta alquanto a germogliare.
[**Video_box_2**]Chiamiamolo décalage. Matteo Renzi è partito forte, annuncia una riforma al mese. Poi ha cominciato a rallentare sull’Italicum, e non ha più staccato il piede dal freno. L’ultima guerra lampo annunciata mercoledì scorso come già pianificata (e vinta) da Marianna Madia è quella contro la Pubblica amministrazione. Solo che, come lei stessa ha spiegato, la guerra lampo inizierà con calma, tra 40 giorni, e avrà la forma di una legge delega, che tradotto in italiano corrente significa binario morto, un contenitore politico in cui potrà entrare e uscire di tutto. Staremo a vedere. Per ora, è difficile negare l’impressione che il governo Renzi stia facendo surf sull’effetto annuncio, puro spinning. Poi ci sono tutte le altre riforme di gran carriera annunciate e sulle quali Renzi ha iniziato a scontrarsi con l’infinita capacità di assorbimento delle onde d’urto del sistema italiano. La riforma del Senato può ancora darsi che vada in porto, ma in ogni caso con modifiche che se non snatureranno il suo quid (togliere alla Camera alta il potere di fiducia) ugualmente rischiano di non ridefinire il profilo. Il capitolo Jobs Act è ancora più increscioso. L’effetto annuncio si è rapidamente trasformato in un effetto eco. Sindacati a parte, già all’interno del governo e del Pd obiezioni di sostanza hanno snaturato le scelte iniziali. A calcare la mano, si potrebbe dire che al confronto gli annunci di Berlusconi erano puro pragmatismo. A essere obiettivi, bisogna riconoscere che lo spin è una cosa, e senz’altro è una buona innovazione nella nostra paludosa politica, e come tale l’abbiamo celebrato, così come abbiamo con convinzione e senza retropensieri sottolineato che il cambio generazionale è una grande occasione per l’Italia. Forse l’ultima. Ma lo spin è una cosa, lo praticò ai massimi livelli Tony Blair e servì per tenere sulla corda il suo partito, l’opposizione e una società che aveva una voglia matta di rigenerarsi. Ma poi seguirono i fatti. Renzi ha a che fare con una società che preferisce star ferma e con una politica interessata solo a sopravvivere. Lo spin non basta.
[**Video_box_2**]Chiamiamolo décalage. Matteo Renzi è partito forte, annuncia una riforma al mese. Poi ha cominciato a rallentare sull’Italicum, e non ha più staccato il piede dal freno. L’ultima guerra lampo annunciata mercoledì scorso come già pianificata (e vinta) da Marianna Madia è quella contro la Pubblica amministrazione. Solo che, come lei stessa ha spiegato, la guerra lampo inizierà con calma, tra 40 giorni, e avrà la forma di una legge delega, che tradotto in italiano corrente significa binario morto, un contenitore politico in cui potrà entrare e uscire di tutto. Staremo a vedere. Per ora, è difficile negare l’impressione che il governo Renzi stia facendo surf sull’effetto annuncio, puro spinning. Poi ci sono tutte le altre riforme di gran carriera annunciate e sulle quali Renzi ha iniziato a scontrarsi con l’infinita capacità di assorbimento delle onde d’urto del sistema italiano. La riforma del Senato può ancora darsi che vada in porto, ma in ogni caso con modifiche che se non snatureranno il suo quid (togliere alla Camera alta il potere di fiducia) ugualmente rischiano di non ridefinire il profilo. Il capitolo Jobs Act è ancora più increscioso. L’effetto annuncio si è rapidamente trasformato in un effetto eco. Sindacati a parte, già all’interno del governo e del Pd obiezioni di sostanza hanno snaturato le scelte iniziali. A calcare la mano, si potrebbe dire che al confronto gli annunci di Berlusconi erano puro pragmatismo. A essere obiettivi, bisogna riconoscere che lo spin è una cosa, e senz’altro è una buona innovazione nella nostra paludosa politica, e come tale l’abbiamo celebrato, così come abbiamo con convinzione e senza retropensieri sottolineato che il cambio generazionale è una grande occasione per l’Italia. Forse l’ultima. Ma lo spin è una cosa, lo praticò ai massimi livelli Tony Blair e servì per tenere sulla corda il suo partito, l’opposizione e una società che aveva una voglia matta di rigenerarsi. Ma poi seguirono i fatti. Renzi ha a che fare con una società che preferisce star ferma e con una politica interessata solo a sopravvivere. Lo spin non basta.